Questo è il fotoblog di Davide Dutto. Visita anche: Facebook Pinterest YouTube Instagram Cibele Edizioni Sapori Reclusi

IMG_8193Profumi e aromi non possono essere fermati dai muri, dai portoni di ferro o dalle sbarre. Non importa da che parte stai, loro scorrono attraversando barriere e convenzioni. Succede allora in Piemonte a Saluzzo, in una fredda e uggiosa giornata primaverile, che un gruppetto di cuochi ancora assonnati, arrivi davanti al cancello del carcere e suoni il campanello. Entrano, anzi entriamo perché ci sono anch’io. Siamo circa una quindicina tra chef e organizzatori della cena “Più stelle meno sbarre”.

Dopo il consueto controllo dei documenti e dell’attrezzatura entriamo e ci dirigiamo verso la cucina del corso per cuochi, dove ci aspettano i detenuti. Dopo i primi momenti d’incontro per conoscerci diventa subito pasta tirata e ripieno per preparare i plin, che Massimo Camia con apparente facilità realizza in un batter d’occhio. Tutto sembra facile. Pensiamo quindi al cibo, alla professione del cuoco raccontata, alle ricette, ma quello che più si percepisce è una giornata diversa dalle mille altre prima e dopo di questa. Una manciata di ore, forse si possono contare i minuti passati sui fornelli, ma il peso specifico è quello che conta. Sempre è così, sono anni che rimbalzo nelle galere italiane per far incontrare i cuochi con i detenuti, penso sia una mia patologia :-) . Come sempre quasi subito scatta la scintilla che cambia di colpo la visione di tutti quei pensieri stereotipati del carcere. Persone, non detenuti, o agenti, o cuochi, fotografi ma semplicemente iniziamo a vedere persone.

Cucinare ti spoglia da qualsiasi abito o ruolo e diventi quello che sei, o almeno ti avvicini mentre pulisci un carciofo e sbucci una cipolla, mescoli la pasta nell’acqua che bolle, fumo e aromi diventano sudore e piatti da riempire. Ti dimentichi che sei in un luogo ristretto, rinchiuso per giuste o ingiuste cause. E’ sempre così nel percorso di andata e ritorno tra galera  e cucina, cucina e galera, un ping pong di sensazioni che costruiscono una possibilità, una goccia, ma pur sempre potente e diretta. Cucinare come forma di resistenza, di riscatto. Questo è quello che penso, mentre attraverso il mirino della mia Canon inquadro momenti di contaminazione tra fuori e dentro. Scatto e mi nascondo dietro il corpo macchina per non far capire che mi sono per l’ennesima volta emozionato.

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Non potevano poi mancare i ritratti dei cuochi dietro le sbarre che si sono messi in gioco.

 

Massimo Camia

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Theo Penati

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Matteo Boschiero Preto

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Christian Costardi

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Costardi Bros

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Manuel Costardi

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Alessandro Negrini

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Pino Cuttaia

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Yoji Tokuyoshi

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Ugo Alciati

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Ugo Alciati e assistente

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Detenuti veri ?

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Giancarlo Morelli

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Cristina Bowerman

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Stampatingalera è il nostro laboratorio di stampa fine art dietro le sbarre dell’alta sicurezza a Saluzzo.

Mille volte rifarei gli stessi errori, mille volte le stesse azioni se il risultato fosse sempre quello dell’altro giorno nella sezione di alta sicurezza  del carcere di Saluzzo.

Sono molti i muri, le barriere, i cancelli e i chiavistelli che stanno davanti alla denominazione di “alta sicurezza”. Essa esplicita un’attenzione particolare, anima una sensazione di controllo e di pericolosità particolare, innalza un muro in più, quello psicologico, da frapporre tra noi e chi sta tra dietro quel cemento “armato”.

Ma è davvero così pericoloso?

Certo è pericoloso, ci sono persone che hanno commesso reati importanti, ma né più e né meno come fuori nel mondo libero, dove forse ci sono ancora più pericoli proprio in quei luoghi famigliari dove si annida una “falsa sicurezza”.

Il laboratorio di Stampatingalera è attivo da ormai due anni e l’unica cosa di alto che ho trovato è il livello di coinvolgimento e di forza di propulsione verso il riscatto e la voglia di rimettersi in gioco al più presto. Troppo è il tempo sprecato nelle celle, dove il senso di abbandono nel nulla riempie la giornata. Troppo potere viene lasciato in mano alla spersonalizzazione dell’anima senza un diritto alla ricostruzione, senza una via verso il futuro, così rimane solo il passato, vivo e logorante in questo stato di pausa dalla vita. Anche rifugiarsi nella lettura e nella scrittura, dopo troppo tempo viene meno.

Qualcuno non uscirà più, ma non ci crede ancora fino in fondo e pure io non ci posso credere.

Spesso la società pensa sia una giustizia quella che vede la gente in prigione, pensiamo sia il luogo giusto per certe persone, o almeno lo pensano in molti. La mia direzione è quella di una ricerca, ricerca di un’impossibile giustizia, ma non confondiamo questo operato con una forma di pietismo gratuito verso persone che pensiamo colte da improvvisa ingiustizia. Credo fortemente nel dovere – e nel diritto – di pagare per le colpe commesse, per poi rientrare in un sistema di legalità. Credo che per ogni errore commesso sia necessario pagare e che in un modo o nell’altro pagheremo sempre, ma non dobbiamo certamente regalare vite allo spreco e alla costruzione di castelli di rabbia conseguenti solo a prossime e inesorabili illegalità.

Già, questa è la colpa della nostra società dichiarata anche dall’Unione Europea: si parla di tortura, e di conseguenza ora stiamo già pagando un caro prezzo, altro spreco e ingiustizia da aggiungere al attuale sistema di detenzione.

Ci sono certamente carceri che vanno in una giusta direzione, luoghi di lavoro e di occupazione manuale ed intellettuale, ma certamente non basta ancora per esserne orgogliosi.

Comunque, a dir la verità, non vedo una soluzione nell’immediato, così ho smesso di pensarci troppo, preferisco essere concreto a piccolissimi passi, cerco di vedere solo persone e basta, né detenuti, né agenti, né direttori, educatori, volontari, ma solo persone, senza giudicare, senza curiosità morbosa di sapere quello che li ha portati tutti in alta sicurezza. Dobbiamo contaminare con pensieri concreti ogni persona che incontriamo dentro. Il lavoro mi sembra la possibilità più importante di rinascita, non solo dentro. Così il nostro laboratorio di stampa in galera vuole seguire questa direzione.

Ieri quando sono uscito con in mano il rotolo di fotografie stampate su carta pregiata 50×70 dal gruppo di Stampatingalera, la commozione è stata forte. Dentro ho cercato di celebrare un po’ il momento, ma non so se sia davvero passata questa mia emozione: certamente è stato forte il senso di sana materialità quando le immagini stampate hanno oltrepassato l’ultimo cancello, spero verso una nuova visione di detenzione.

 

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