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Cosa dire, quando un piccolo fotografo si ritrova seduto a tavola con ventiquattro grandi produttori di Barolo?

Il ristorante è l’Antica Corona Reale a Cervere di Gian Piero Vivalda.

In effetti ho poco da dire, rimango per lo più in silenzio, ascolto, assaggio e fotografo i magnifici ventiquattro. I baroli, portati direttamente dai produttori sono appena arrivati.

Barolo 2010 en primeur, per scoprire cosa l’uva nella bottiglia, ma soprattutto i produttori avranno da dirsi di questa annata.

Quindi in sequenza assaggiamo:

Renato Corino, Roberto Voerzio, Marcarini, Oddero per la prima batteria.

Silvio Grasso, Elio Altare, Michele Chiarlo e Renato Ratti per la seconda batteria.

Ecco, dopo questa batteria sono già ben spiazzato. Mi gira la testa, non per l’alcol, ma per lo spettacolo della degustazione in se. Io ne capisco ben poco di vini, lo ammetto. Sento parlare di acidità, legnosità, colore, carattere, persistenza, e pregi e difetti, ma stento a stare dietro queste sensazioni.  Ad ogni sorso di ogni bicchiere la cosa che sento più persistente è la grande umanità. Ci possono stare mille terminologie per descrivere quello che assaggiamo, ma io ci trovo sempre le persone in questi vini, il lavoro nelle vigne e in cantina, il freddo, la neve come in questo  periodo, poi la luce e i colori clorofilliani della primavera, e il caldo e la polvere dell’estate, salite e discese, boschi ai bordi dei filari e terra che si sbriciola al sole e s’impasta alla pioggia… Proseguo nell’assaggio.

Damilano, Sandrone, Marchesi di Barolo, Marziano Abbona per la terza batteria.

Cavallotto, Vietti, Paolo Scavino e Cordelo di Montezzemolo per la quarta batteria.

A questo punto vagavo tra la cucina e la sala, mentre Renzo si siede al il mio posto e dialoga ormai con il bicchiere in mano un po’ con tutti.

Paolo Conterno, Conterno Fantino, Domenico Clerico Chiara Boschis per la Quinta e penultima batteria.

Gagliardo, Prunotto, Beni di Batasiolo e Pio Cesare per finire la sesta batteria.

Vicino a me è seduta la squisita Cristina Oddero, assaggia e scrive con precisione e sicurezza ad ogni sorso. Il mio foglietto rimane vuoto di annotazioni, continuo ad osservare, ascoltare. Sulla mia destra Vietti padre e figlio, davanti Damilano Guido e poi  Fabio Clerico, una gran bella tavolata.

Insomma una sera, che dopo il sottofiletto di fassone battuto al coltello, uovo terme su fonduta di Raschera d’alpeggio, cardo gobbo di Nizza Monferrato, trippa di vitella piemontese lavata a mano e stufata con porri di Cervere e lenticchie di Castelluccio, Ravioli di gorgonzola della latteria di Cameri, pere madernassa e mandorle d’Avola, stracotto ovviamente al Barolo con verdure croccanti dell’orto di Bra, formaggi e “Sentieri di Langa come dolci, espresso e piccola pasticceria… e ventiquattro baroli, mi perdo sul delicato spettacolo nel finale di Domenico Clerico e Renzo Vivalda che gesticolando con il microfono in mano e senza dire una parola, riescono a concentrare in un bacio i sentimenti più belli di chi vive del proprio mestiere con amore e passione e amicizia. Dentro le loro facce e le rughe sorridenti vedo e sento forte storie e vite piene di succo e spirito. Alla fine, ormai tardi, torno a casa come tutti stando attenti ai controlli con palloncini, guido piano. Grandi produttori e grandi Renzo e Domenico.

 

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C’è sempre un lato oscuro in ogni fotografia. In ogni contrasto il nero dilaga per dare sostanza alla luce, il grigio si sacrifica e nasconde nel nero quello che può. Così nella vita i lati oscuri esistono anche per dare il senso di profondità, segnando la borderline tra visibile e non visibile. Nei paesaggi della Maremma di mezzodì il sole picchia dritto a piombo, crea forme che solo ora riesco a vedere. Ecco quindi che in ogni fotogramma osservo l’espandersi dell’oscuro a macchia d’olio, mentre punto verso il sole. Lascio alla base pezzi ci colline e di terra. In effetti sono in Toscana non per fotografare paesaggi, ma facce. Ugualmente e meglio, i visi per me sono i veri paesaggi, descrivono da dentro territori collinosi, piatti, solari, cupi, sterrati, di creta, asciutti, nebbiosi, isolati e popolati. La terra cambia forma quando l’uomo coltiva, costruisce strade, sentieri, case, vigne, mentre gli elementi lo modellano in uno scambio alla pari (o quasi). Così le facce mi dicono molto di una semplice e pur bella cartolina, riesco ad ascoltarle e vedere oltre la materia. Infine seduto a tavola sul balcone di quel ristorante nel cuore della Maremma, porto il bicchiere di Morellino ad altezza d’occhio e lo uso come un filtro fotografico interponendolo tra il mio occhio e il resto, ecco quello che vedo:

Each pictures has a dark side. In each contrast black spreads around giving depth to light, grey wears out and hides behind black. Same happens to life, where the black side of things gives us depth, marking the borderline between visible and invisible. Under the noon sunlight in Maremma’s landscapes the sun creates shapes I couldn’t see before. In each shot I can see the darkness spreading, while I point my camera to the sunlight. I leave in the frame some bits of hills and land. I actually came to Toscany to shoot portraits, not landscapes. But faces are complex landscapes as well, and often facial features tell stories of hills, planes, sun, shadow, clay, fog, isolation. Land changes when men work it, growing vegetables, building streets, houses, vineyards while natural elements shape mankind in a almost mutual relation. So faces tell more than a nice postcards, I can listen to them and see beyond the visible. Finally, sitting on the restaurant terrace in the Maremma’s hearth, i look through a Morellino glass using it as a photographic filter and here is what I see: