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Lunedì, anzi martedì di un giorno di aprile. Sono nella sala bar della nave Superba, ore 9:15 anzi 9:16 direzione Palermo.

Seduto a un tavolo della caffetteria al nono piano di questa nave cerco di svegliarmi. Inesorabilmente c’è sempre qualche televisione accesa che trasmette ignobili trasmissioni mattutine, adesso canale 5 mi pare, ma una vale l’altra, spazzatura da fuori bordo. La gente sta seduta ai tavoli più o meno rumorosa e inizia la giornata dopo un alba indecisa sul fazzoletto di mare che costeggia la Sardegna, non si vede, ma sta sulla nostra destra.

Cazzo siamo in mezzo al mediterraneo e nessuno sembra accorgersene almeno qui dentro, trasciniamo dietro la nostra piccola vita in un sacchetto di plastica, chiusa dentro acriliche certezze, fuori potrebbe esserci un universo blu cristallino, ma preferiamo una televisione accesa, una cabina con aria sintetica e acqua non potabile piuttosto che fare un tuffo in quel mare, respirare e colorarci di mare.

Spesso quando viaggio in nave mi piace stare al limite della poppa e osservare il ribollire dell’acqua smossa dalle eliche, guardare l’ipnotica scia che dalla nave prospetta fino all’orizzonte; la fisso per alcuni minuti, l’effetto è assicurato. Così vedo un tuffo in quel ribollire di mare, vedo scorrere il pensiero sulle correnti, immagino di essere sul dorso e vedere la nave allontanarsi piano, poi solo più il rumore delle onde mentre la nave è ormai un puntino all’orizzonte, merda non fosse così pericoloso e bagnato lo farei veramente.

Invece per ora, aggredito da una caffetteria, decido di incuffiarmi nelle note dei The Chemical Brothers, Push the Button, Galvanize, musica elettronica di qualche tempo fa, può andar bene. Così scrivo, anzi penso e scrivo, anzi non riesco a pensare e non sento cosa scrivo, però mi viene bene battere i tasti a ritmo…

Ritmo e parole si fondono insieme senza seguire una traccia precisa, infatti scrivo e cancello, riscrivo e ricancello, forse più facilmente descrivo il mio umore ora sul tavolo.

Dentro il bicchiere di polistirolo staziona il mio cappuccino con schiuma last-limone però dal gusto caffè latte per fortuna,  il tavolo è ancorato al pavimento e la sua plancia in formica consumata è di color beige impallidito, la mezza brioche morsicata al cioccolato l’ho appoggiata sul tovagliolo di carta, il cucchiaino è rigorosamente di plastica. Tutto qui attorno è decisamente beige, come pure lo è anche il personale scazzato-napoletate dietro il bancone, li posso capire. Se giro lo sguardo alla mia destra, scostando appena le tende arancioni, rigorosamente slavate e beige, si vede un pezzo di piscina vuota e gente che si sospinge verso un sole ventilato che scompiglia i capelli per chi ne ha. Per di più sono pensionati, mentre i camionisti ancora dormono in cabina.

Ecco, mi sa che tutto questo alla fine mi piace, insomma mi smuove dentro curiosità e allontanamento nello stesso tempo, immaginare le storie e sentire i profumi delle persone in viaggio, ascoltare pezzi di discorsi in lingua sicula che s’incrociano con altri in tedesco o l’inglese mi attrae, così resisto ancora un po’ nella caffetteria e alterno musica a parole di passaggio davanti e dietro al mio tavolino, giusto per finire la colazione. Inevitabilmente ora però devo uscire per andare a vedere la scia della nave e tutto il resto.

Ora sono al sole, mentre i The Chemical Brothers continuano il loro album.

Sono partito, ho mollato gli ormeggi, a dire il vero li ho strappati ieri lasciandomi alle spalle Fossano, guidando fino dentro alla pancia della nave quasi in apnea, prima di spegnere ogni contatto, prima di perdere ogni linea che questo viaggio in nave mi impone di perdere.

Qui non c’è campo, qui c’è mare.

Dunque direzione Sicilia, che ormai tra poche sarà visibile, e già penso al libro che ne verrà fuori da questo giro, le foto da fare, le persone da incontrare, sto cambiando il ritmo, sto lentamente tornando in superficie con e un sub che affronta la decompressione.

Quindi giorni rimarrò, per raccontare attraverso le mie foto le storie di Pino Cuttaia, le sue ricette di vita, i suoi profumi, la sua materia, il suo lavoro, le sue passioni, i suoi amori, la sua famiglia.

Giunti, l’editore, si aspetta un gran bel lavoro e io finalmente torno a fare solamente il fotografo.

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Certo in questi tre intensi giorni non posso dire di aver veramente visto Napoli, “Vedi Napoli e poi muori”, mi sono assicurato ulteriore futuro. Però ne sono rimasto contaminato. Una contaminazione che non sfocia in malattia, bensì in una sorta di guarigione, ovviamente non priva di sensazioni forti e a volte dolorose. Davvero non lo so, se quello che velocemente i miei occhi, naso, orecchie e cuore hanno incontrato sia veramente Napoli o pezzi di quella città in una vetrina sgarruppata. Fatto sta che gli stereotipi che mi aspettavo, quelli si li ho visti, sentiti e assaggiati tutti: la pizza, il caos, i vicoli stretti pieni di persone colorite, l’immondizia, le zone apparentemente poco sicure, i muri scrostati, i motorini portare tre persone senza casco, il mare, il sole, il Vesuvio, la musica, i tricchetracche, ‘na tazzulella ‘e caffé, immagini di Pulcinella e Totò dappertutto, posteggiatori abusivi, lunghe file di panni stesi tra i palazzi, forte religiosità, superstizione, odore di cibo e odore acre […] Stereotipi iconografici di una città violentata da troppo troppo tempo. Oggi ancor più esasperata, senza più quel sorriso di chi conosce l’arte dell’arrangiarsi. Se sono immagini significative o inutili non lo so, ma sono lì davanti a tutti, impietosamente stagnanti a volte. Vorrei aver avuto più tempo per vedere oltre, rovistare tra la spazzatura, entrare dentro case e chiese, salire sui tetti per tuffarmi con le persone in questo mare, in questo stagno, in questo golfo. Ciao

I can’t say I have actually seen Naples in these three days, so the saying “see Naples and die” doesn’t work. But I have been contaminated. A contamination that does not become a disease, but a kind of healing full of strong and even painful feelings. I really don’t know if what my eyes,  nose, ears and hart have met are Naples or just messy peaces of it. But in the end, I have met all the stereotypes that I expected. I’ve seen, heard and tasted them all: pizza, chaos, narrow and crowded streets, scooters carrying three passengers without helmet, the sea, the sun, the Vesuvius, music, tricchetracche, ‘na tazzulella ‘e caffé, icons of Pulcinella and Totò basically everywhere, unlicensed parking attendants,  linen hanging out the windows, a strong sense of religion, superstition, smell of food and smell of waste joint together. Iconographic stereotypes of a city that have been raped for far too long and that is  now become too bitter to keep on smiling for the  art of “scraping along”. I have no clue if these are relevant  images of Naples, but here they are, pitiful and stagnant in front of everyone. I wish I had more time to see beyond this, to dig through the waste, to enter the houses, to climb on the roofs and dive with all the people in this pond, in this sea, in this gulf. Ciao.